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torneranno i prati

  • Uscita:
  • Durata: 80min.
  • Regia: Ermanno Olmi
  • Cast: Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Andrea Di Maria, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Niccolò Senni, Alessandro Sperduti, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Andrea Frigo, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Franz Stefani, Igor Pistollato, Andrea Frigo, Carlo Stefani, Giorgio Vellar, Igor Pistollato, Jacopo Crovella, Roberto Rigoni Stern, Davide Rigoni, Sam Ursida, Niccolò Tredese, Francesco Nardelli, Brais Vallarin, Andrea Forte, Riccardo Rossi (II), Stefano Rossi (IV), Marco Rigoni, Nicola Rigoni, Maurizio Frigo, Davide Degiampietro, Filippo Baù, Paolo Baù, Daniele Cunico, William Rossi, Alfonso Brugnaro, Anthony Rossi, Massimo Vellar
  • Prodotto nel: 2014 da CINEMA UNDICI E IPOTESI CINEMA CON RAI CINEMA
  • Distribuito da: 01 DISTRIBUTION

Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata. Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente accaduto. E poiché il passato appartiene alla memoria, ciascuno lo può evocare secondo il proprio sentimento.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Fa male, fa tanto male “il grande tradimento compiuto nei confronti di milioni di giovani e civili morti in quella guerra senza che sapessero perché”. Che fare? Un film, partito su commissione, ma cresciuto con quell’amore per il cinema , per l’uomo e per gli ultimi tra gli uomini che da sempre sono il marchio di fabbrica di Ermanno Olmi . torneranno i prati , dunque, e Olmi cita Camus, “se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso”, per illuminare la cifra poetico-ideologica di un film che è qualcosa di nuovo sul fronte nord-orientale: siamo all’alba di Caporetto, nel 1917, e un avamposto italiano ha l’ordine di trovare un altro posizionamento per spiare la trincea avversa. Non è un ordine, quello che arriva dagli alti comandi per mano del maggiore Claudio Santamaria, ma un diktat per il massacro. torneranno i prati non elude quel massacro, ma fa di più, altro e meglio: dice la verità umana della guerra, mette in bocca ai soldati abbandonati al freddo e febbricitanti in prima linea l’indicibile, ovvero quello che l’amor patrio avrebbe dovuto scongiurare, cancellare. “Nei nostri sogni non c’era la morte”, dice uno, “Quando sentono l’odore del sangue le bestie cagano e pisciano prima di andare al macello… siamo bestie anche noi?”, si chiede un altro. Piovono bombe, un larice, “albero bellissimo”, sembra d’oro e tale diventa nelle fiamme, mentre i colpi di mortaio zittiscono il conducente di mulo che cantava agli austriaci Tu ca nun chiagne , ribaltano lo status quo, disattendono gli ordini, aprendo all’espressionismo pacifico d el regista.  Oltre tre metri e mezzo di neve a seppellire le due trincee ricostruite a 1800 e 1100 metri d’altezza, temperature glaciali, tanta solidarietà e un po’ di grappa per riscaldarsi, il set è stato speciale, ma normale per Olmi: fraternità, oggi come allora, quando ti trovavi a sparare a chi era come te, nella trincea di fronte. Un paradosso, ma solo per chi la Grande Guerra e le altre non le ha combattute e non le ha intese: Olmi non usa la matita rossa per correggere gli errori della Storia, scritta dai vincitori e dai vincenti, ma sull’Altopiano di Asiago ricordava ai suoi attori Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi e Niccolò Senni  che “voleva soprattutto che fosse un film utile, voleva – ricorda Di Maria - che sentissimo il sangue sotto quella neve bianchissima”. Qui, tra il sangue che non c’è più e il nitore diffuso dell’Altopiano, scorre il film, che è tanto, ma mai troppo: neorealismo e realismo magico, impressionismo teatrale ed espressionismo fantasmatico, Kammerspiel da trincea e apologo umanista, villaggio di cartone e albero (larice) degli zoccoli. Speriamo non sia l’ultimo di Ermanno, ma è un film-summa, che evangelicamente ricorda come gli ultimi saranno i primi, ma solo se qualcuno sa raccontarli: senza appigliarsi alla storiografia ufficiale, Olmi si guarda in casa (il padre soldato), prende dagli illetterati e trova l’alfabeto della pace. Quello che istruiva La grande illusione di Renoir, La grande guerra di Monicelli e pochi altri, e che sola sa dire: No alla guerra! Gua rda il Trailer

  • Il Mattino

    Un film succinto, ottanta minuti appena, ma dotato da Olmi di un'imponente portata umanistica. Soprattutto perché «Torneranno i prati» (...) vuole aggiungersi alla lista dei classici del cinema ambientati nella fanghiglia, il gelo e le solitudini dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale: pur senza potere rivaleggiare con i capidopera del livello di «Orizzonti di gloria», «La grande illusione» o «Uomini contro», infatti, l'ottantatreenne e infermo regista racconta sulla falsariga del suo accanito spirito cattolico e antimilitarista la notte di un avamposto di soldati italiani interrato sulla linea del fuoco nel crudo e cruento inverno del '17. Il progetto è stato incentivato dal centenario dell'inizio del 'grande carnaio' e il sopraggiunto interesse per la trasposizione del racconto di Federico De Roberto «La paura», ma Olmi e il discepolo e collaboratore Zaccaro vogliono ovviamente denunciare l'universale follia della guerra e rappresentare sullo schermo le indelebili ferite inferte all'anima e la carne di un popolo dai conseguenti orrori. Sull'ordito della messinscena scandito da episodi di degrado, brutalità e paura, gli esili fili drammaturgici s'intrecciano sul piano della negazione dell'identità, la perversione dell'imposizione gerarchica e un desolato qui-e-ora che lavora per negare speranza e futuro ai combattenti in veste di morituri. Il climax narrativo arriva quasi a bloccarsi, a gemere, a tormentarsi sul leitmotiv intriso di pathos all'evidente scopo di sottolineare quanto più possibile una condizione umana che sembra perpetua, un'attesa spalmata di sordo terrore o lo stupefatto conforto procurato dalle apparizioni furtive degli animali nell'incontaminato scenario della natura; fino a quando il comando ordina d'aprire un nuovo avamposto verso la cima e i poveri fanti devono affrontare il tiro dei cecchini nemici reso implacabile dalla limpida luce lunare. I personaggi, sia pure circonfusi dalla magnifica fotografia denaturata di Fabio Olmi, non riescono, però, a fuoriuscire completamente dagli stereotipi bellici, forse anche a causa dello straniamento procurato dalle battute rivolte direttamente alla cinepresa (...) tanto da non consentire al film di premiare appieno le pure alte e nobili premesse. E' facile, dunque, che come epigrafe ritorni in mente il titolo di un altro storico hit del genere: «All'Ovest niente di nuovo».

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